Il Vitigno Dolcetto
Il vitigno del quotidiano
Il vitigno Dolcetto
Vitigno autoctono del basso Piemonte, prende il nome dalla dolcezza del suo frutto, ma si trasforma in un vino secco, generalmente fresco e beverino.
A seconda della zona e del tipo di vinificazione, sa anche essere austero ed importante e si può invecchiare fino a sei sette anni. Tende a produrre un alto numero di grappoli che i viticoltori cercano di ridurre per ottimizzare la maturazione e la qualità. E’ una varietà che teme le piogge in prossimità della vendemmia e richiede in generale molte cure per garantire un frutto ottimale.
In autunno le sue foglie si distinguono per le sfumature rosso-aranciate che vanno a colorare le colline con della chiazze dai toni molto caldi.


La storia
Questo vitigno ha un passato ricco di apprezzamenti anche oltre i confini locali, essendo arrivato addirittura sulle tavole di Re Luigi XIV grazie alle diplomazie piemontesi.
La maturazione precoce delle uve ha contribuito alla sua diffusione in tutto il sud del Piemonte, ma verso la fine dell’800 venne ridimensionato per dare spazio alla coltivazione del vitigno Moscato, soprattutto nell’Astigiano e nella Valle Belbo.
Il vitigno Nebbiolo
Il vitigno nobile del Piemonte
Il vitigno Nebbiolo
Il Nebbiolo dà la vita ai vini più importanti del Piemonte e, forse, del mondo: il Barolo e il Barbaresco.
Il nome potrebbe derivare dal fatto che la vendemmia del nebbiolo viene fatta per ultima, generalmente ad ottobre, quando c’è già la nebbia, oppure agli acini che sono ricoperti da una specie di patina, la pruina, che farebbe ricordare la foschia.
I suoi frutti regalano vini molto strutturati e adatti all’invecchiamento, ma a seconda del terreno presentano peculiarità davvero molto diverse.


La storia
Il Nebbiolo compare già in documenti del 1300, ma raggiunge l’apice della sua espressione nella metà del XVII secolo quando, grazie ai nuovi metodi di vinificazione introdotti nelle Langhe tramite la famiglia reale dei Savoia, dà vita al vino Barolo e inizia ad ottenere grandi apprezzamenti anche fuori regione.
Si registra però una fase di declino a fine ‘800 a causa dell’arrivo delle malattie della vite (oidio, peronospora e fillossera) che costrinsero i contadini a limitare la coltivazione del Nebbiolo solo nelle zone vocate, ben esposte al sole, dove questa varietà sa esprimersi al meglio.
Vitigno Moscato Bianco
Il vitigno aromatico piemontese per antonomasia
Il Moscato Bianco
Uno dei capostipiti della vastissima famiglia dei Moscato, ha trovato la sua terra d’elezione in Piemonte e in particolare sulle dolci colline del Monferrato.
Uva aromatica a bacca bianca, quando matura sviluppa una marcata dolcezza e si presta molto bene all’appassimento e alla spumantizzazione, nonché all’utilizzo come base per vini liquorosi.


La storia
Il vitigno del moscato bianco ha origine antichissime che risalgono già al tempo dei Romani, ma ha raggiunto il suo exploit a partire dalla seconda metà del 1500 quando i viticoltori di Langa erano obbligati a impiantare nei nuovi vigneti una percentuale dall’1 al 5 per cento di questa varietà.
Da quel momento in avanti, sono molti i riferimenti a questa uva, in svariati documenti, per poi arrivare alle tecniche di spumantizzazione importate dalla Francia nella seconda metà del 1800 da Carlo Gancia.
Seguirono nuovi studi per migliorare le tecniche produttive, come il sistema Martinotti di spumantizzazione in grandi recipienti.

